cheuntul’avisti iriccioli?

cheuntul’avisti iriccioli?

Per chi mi conosce non è una novità: amo viaggiare, spostarmi, costruire e lasciare, partire e ripartire, fare, crederci, appassionarmi, impegnarmi, immergermi a capofitto in imprese impossibili senza seguire nessun consiglio dopo averne ascoltati cento.

Ho vissuto in diverse città, per studio, per lavoro, per amore: sono sempre partita con entusiasmo, ottimismo e spirito d’avventura.

A volte mi è piaciuto quello che ho trovato, altre volte non ho trovato niente che mi piacesse.

Mai sono riuscita a sopportare oltre un certo limite. Quale limite? Il mio, ovviamente.

Ognuno ha il suo. Il mio pare essere molto basso, a detta di chi dice di conoscermi.

Il fatto è che non sono mai riuscita a capire perchè si debba sopportare… una scelta.

Perchè, una scelta è per sempre? Quale scelta può essere per sempre?

Per sempre esiste solo l’amore per i figli, cos’altro è per sempre? Per me nient’altro è per sempre… figuriamoci una casa, una città, un lavoro… ovvia giù, non scherziamo!!!

Comunque, una delle città che mi ha ospitato in passato e che torna ad ospitarmi oggi è Firenze!

Bella Firenze, bella tutta.

Mi piace molto Firenze e soprattutto mi piacciono quei personaggi veri, quei “vecchi” fiorentini che incontro ogni giorno al “bar degli artigiani” in Piazza della Passera, dove vado a prendere il caffè.

C’è la grafologa, il restauratore e l’accanito tifoso della Viola, c’è Matteo che mi dà il buongiorno “oi mimma tu dormi stamani?” e tutta una serie di anime belle che mi fanno sorridere prima di affrontare una giornata di lavoro. Anche a Firenze c’è la crisi, ma le persone sorridono, hanno sempre la battuta pronta e la vita ha un sapore diverso, almeno in piazza della Passera e dintorni.

Non sa di lamento e noia, non sa di pettegolezzo ed invidia… sa di cose genuine e di speranza, sa di spensieratezza anche se nessuno ce l’ha e tutto potrebbe andare meglio.

Pochi giorni fa avevo voglia di tessuti nuovi e sono andata dal mì ami’o Beppe.

Vecchio pratese, tessitore da generazioni, perfetto conoscitore di tutti i tessuti ed i filati del mondo. Simpatico, schietto, verace ed il suo parlare è con pochi merletti: insomma, quello che ti dice è esattamente quello che è.

“Roberto ho voglia di lana, quella vera, bella. Esiste?”

“Sarina di che tu’avoglia?” e scoppia a ridere… “Dai Roberto, di lana, un bel tessuto di lana colorata”

“eicchè tu ci devi fare? la’opertina pe i’ccanino?”

“non lo so che ci farò, ma tu fammi vedere…”

Tira fuori una pezza a quadri di tutti i colori… “Bella Beppe!”


“Toccala prima dìdignene!”

“E’ bella e ha una bellissima mano. Ma è pura lana?” domando, e lui “70 lana, 20 alpaca e 10 poliammide.” Quasi non lo lascio finire e: “Eh no Beppe! poliammide non lo voglio!”

“Oicchè ttu c’hai stamani? Oh tu ‘nlo vedi che c’ha i riccioli??? pe’falli e la ci vole il poliammide” e si ferma, mi guarda, alza lo sguardo e… “oh bischera, anche la tu mamma la ce l’ha messa pe’fatti tutti i tù riccioli!!!”

Lo guardo, scoppio a ridere e… “La prendo Beppe, la prendo tutta!

I riccioli li trovate sul mio shop: precisamente un maglione ed una gonna con i riccioli morbidisssssimi!

Non tutti i nodi vengono al pettine… a volte sono solo riccioli!

A presto…

Sara

le donne complicate, quelle dell’11/11

le donne complicate, quelle dell’11/11

Oggi 11/11… wow, amo i numeri doppi!

Dice che il numero 11 sia un numero maestro e “ad esso è annesso un potenziale straordinario… l’1 è il numero dell’iniziazione, dell’invenzione e degli inizi. Con il numero 1 riceviamo informazioni alla velocità della luce nella forma di idee e ispirazioni. Infatti, la parola “ispirazione” significa “nello Spirito” e quando riceviamo un’ispirazione è perchè siamo i veicoli perfetti che trasformano idee in creazioni”.

L’11:11, “proprio come le linee parallele del numero 11, ci mostra che abbiamo universi paralleli di passato, presente e futuro, e possiamo influenzarli simultaneamente.”

Io non so se sono un veicolo perfetto o se il mio sarà un inizio, ma è certo che, proprio oggi 11/11, avevo un terribile bisogno di creare qualcosa. A dire la verità, il bisogno più impellente era disegnare (azione prevalentemente appartenente al passato) proprio oggi (presente) e realizzare qualcosa che vivrà con qualcuno che, per ora, non so chi sia (futuro).

Sara, hai battuto la testa?, dormito male?

Niente di tutto questo. Sì, mi hanno sempre dato della strana, ma io mi sento normalissima. Curiosa, ma normalissima. Sicuramente mi infilano nella categoria delle donne complicate, ma questa caratteristica è attribuita alla maggior parte delle donne single sopra i 40 anni (figuriamoci a 50!), anzi, ci piace dircelo da sole che siamo complicate, dove l’aggettivo “complicata” ha un’accezione totalmente positiva: una giustificazione figa, insomma, che ci libera dal dover dare tante spiegazioni sul nostro stato di “donne sole”, spesso alla mia età, serenamente sole.

Dov’ero rimasta? Ah sì, al passato, presente e futuro. Ovvero al bisogno di disegnare mattutino.

In effetti mi prende quando sono nostalgica o quando mi domando: ma che ci sto a fare? Con il disegnare trovo sempre la risposta e ritorno sulla strada maestra perchè è da lì che sono partita 28 anni fa.

Oioi, 28 anni fa… ed ancora non mollo… altro che complicata, mi pare sia più congeniale l’aggettivo “capa dura”, da buon toro.

Fatto sta che prendo il primo foglio e lapis che trovo (per i non toscani il lapis è la matita per disegnare: dal latino lapis “pietra”) e, nel silenzio del mattino, lascio che sia…

Passato

Ma guarda chi c’è?!?! Sì sì, è proprio lei… la Prof.ssa Erminia! Aveva forse 30 anni a quei tempi, sempre in ritardo e di corsa, talmente di corsa che i suoi immancabili foulards svolazzavano sempre come fosse in quinta  su un duetto rosso fuoco. Arrivava con la fretta di andarsene perchè mille appuntamenti, idee, incontri. Affascinante nella sua semplicità e… bisbetica. Entrava in classe e… tremavamo. Una giovane bella donna rampante milanese alla quale, spero apparentemente, non le fregava niente di quanti sforzi tu facessi o quanti sacrifici comportasse quella retta scolastica alla tua famiglia. Totalmente priva di conoscenza di psicologia adolescenziale, per lei eravamo un ammasso di dinosauri… vabbè! Un gruppo di giovani ragazzi speranzosi di sfondare nello scintillante mondo della moda, della serie “uno su mille ce la fa”, forse (ndr). Dovevamo imparare a disegnare partendo dal modo di tenere tra le dita il lapis, non troppo in basso, non troppo in alto. La mano morbida ed il tratto sinuoso. Ore ed ore, per mesi, a fare onde verticali e parallele tra loro (11) per tutta la lunghezza del foglio senza staccare la punta della matita dal foglio e senza fermare la mano. Poi, dopo quei mesi di “car” tipo reclute militari, ore ed ore a disegnare, a strappare ed accartocciare fogli A4 fino a che, esausta ed anche un po’ gobba, mi alzavo dalla sedia con l’unica speranza di strappare alla Prof.ssa Erminia un “può andare” che era già un successo, da festeggiare. Quando passava dai banchi a controllare i figurini realizzati, metteva un attimo a rivoluzionare tutto il disegno con un solo tratto della sua matita portamine dello 0,5, sottilissime. A lei non si spezzavano quelle mine malgrado il suo meraviglioso tratto plastico, io ho impiegato anni per riusciure a disegnarci. Un solo tratto, veloce e rapidissimo, per far diventare quel disegno un vero figurino di moda, ma era vietato utilizzarlo, andava rifatto per intero imparando dalle correzioni della Prof.ssa Erminia.

Presente

Beh, sì, io amo disegnare, ma mai (eccezione al “mai dire mai”) sarò brava come lei.

La ricordo con affetto, come si ricordano tutti i professori che ci sono sembrati difficili, pretensiosi, ma dai quali abbiamo appreso di più e dopo l’esperienza in quella scuola, con quei professori, non ho mai pensato che, come si dice, nelle scuole private se paghi passi, perchè non è vero. Passi se ti impegni, se te lo meriti, se è palese il tuo sacrificio, impegno e passione. Passi se sei bravo.

Te la meriti proprio una gonnellina in tuo onore, cara Erminia (scusa il tu confidenziale)… in tessuto unconventional di altra destinazione e classificato tessuto d’arredamento. Bello e con mano ruvida come te. Bianco e nero, classico, che non passa di moda. Abbinata ad un semplice lupetto, un collant 50 denari ed una scarpa bassa conferma il detto “semplicità è eleganza”.


Futuro

Non so che fine abbia fatto la Prof.ssa Erminia per cui, per quanto sia dedicata a lei, è per una di voi che, come lei, non si accontenta del può andare, ma lotta per tirare fuori il meglio di sè con eleganza e senza tanto piangersi addosso. Muoversi veloci, non c’è tempo di piagnucolare!

La gonna Erminia è nel mio shop in vendita tra i pezzi unici.

Ah scordavo, con lo stesso tessuto ho realizzato anche un comodo pantalone per chi di voi non ha il duetto e gironsola in bicicletta. Baci a tutti! 🙂

Novembre 2017

Già novembre 2017! Ho 50 anni e mezzo. Eh sí, e mezzo.

Quel mezzo a cui tenevamo tanto quando eravamo piccoli perchè volevamo diventare grandi in fretta, ritorna dopo i 50, almeno, a me ritorna. Ritorna a dirmi che il tempo passa veloce, corre su un’autostrada a grandi corsie e non puoi fermarlo né rallentarlo.

Una bella banalità, direte voi… certo, ho scritto una grandissima banalità, ma stamani mi sono chiesta cosa nella vita non passa veloce. Perchè a pensare bene, tutto ha il turbo… una “schioppettata” e via. Ma io l’ho trovata una cosa che non passa e via…

I miei ricordi, le mie emozioni non passano e via… se mi metto a rimembrare (ve l’ho appena detto che “arcaizzo” volentieri eh!?) mi “incatorcio” in tali pensieri che non ne esco più e, minuziosamente, rivivo, rivedo quel momento fino a perdermici dentro ed “esce” una nuova creazione, esplodono emozioni e diventano materia perchè, a farle esplodere e basta, scivolano via veloci, passano. Come se lasciassi un ciclo a metà: avete presente il processo completo e naturale di tutte le cose: semina, germinazione, maturazione e raccolto? Ecco, esattamente così, senza concretizzare un’emozione mi sento come chi perde il raccolto, lo lascia marcire, andare a male, insomma, sì, lo perde.

Che sia un accessorio, un abito, una bambola o un oggetto per la casa non importa. L’importante per me è che quell’emozione prenda forma e poi, dei ricordi e delle relative emozioni, io ne sento persino gli odori, i profumi, il tono di chi interloquiva con me…

Eccola la voce calda e dolce della nonna Rosina, la sua pelle di seta, bianca come il latte, ed il suo profumo, il profumo di cose buone, fatte in casa. Il riso sul davanzale della finestra, in via Cellini angolo via Lombroso a Piombino, messo con cura ogni mattina ai suoi piccioni, sì, per lei erano i suoi: “Tubi, tubi, tubi, tubi, tubi…” li chiamava in un susseguirsi continuo che creava un buffo e lungo suono che ero convinta che ci parlasse davvero e li capisse. E poi in cucina a preparare il pranzo con il sapore del caffèlatte e biscotti Doria ancora in bocca. Il fatto era, che ci voleva tempo per cuocere quelle “bracioline” al pomodoro, andavano cotte a fuoco lento, lento lento.. Le più buone in assoluto dallo scoppio del big bang . “Vieni topacetta della nonna” ed io la seguivo. Mi sentivo al sicuro, a casa. Un amore perfetto, divino.

Apriva la finestra della cucina e prendeva il burro, sì perchè quello era il suo frigorifero e guai se le parlavi di elettrodomestici…

La sera, al tramonto, teneva in mano la sua collanina – solo anni dopo ho capito che era un rosario – e si metteva là, seduta, davanti al camino, sulla sua sedia a dondolo e… farfugliava… perdonatemi, per me che ero Sarina, farfugliava qualcosa. Oggi so bene cos’era tutto quel farfugliare e so bene anche perchè farfugliava, pregava tutte le sante sere, so chi e so per cosa. Cercava sollievo da quello che è stato il dolore mostruoso della sua vita, ma io non lo vedevo, non lo sentivo. Era così incredibilmente meravigliosa che io non mi accorgevo di quanto quella nenia fosse piena stracolma di dolore. Anzi, a dire la verità, quello era il momento più bello della giornata… mi sedevo sulle sue gambe ed appoggiavo il mio cesto di riccioli sul suo petto e stavo lì, ferma.

Ecco. É esattamente nel ricordo di quell’attimo che mi sono ricordata di quella stoffa.

Una lana pura scozzese, classificata tessuto da giacca.

Una mano calda, morbida quasi di velluto con i colori dell’autunno, delle castagne, del camino acceso. Ha quell’effetto di lana vissuta, con i “pippoli” della lana pura – per chi non lo sapesse la lana pura, se è pura, fa i pippoli, è un pregio, non un difetto. É la garanzia che è lana pura. Ve li dovreste portare in giro con orgoglio invece di “lamettarli” con il rasoio o frullarli con quelle macchinettine cinesi trita pippoli.

Quella lana ha la mano dei cappotti di loden, consistenti ma morbidi come il velluto, il sapore di “bracioline” al pomodoro e, se passi la mano per accarezzarla, senti il buffo e lungo suono “tubi, tubi, tubi, tubi…”

L’ho stesa sul tavolo, ho preso il modello, quello di un abito, ma l’ho modificato… doveva nascere un abito comodo, morbido, semplice, con le forme di una volta, un po’ anni 50, un’ampiezza di mezza ruota, con le tasche grandi come quelle degli abiti da casa delle nonne dove trovavi di tutto: “moccichini”, carte delle caramelle Rossana, 5 e 10 lire, un tappo di bottiglia di latta dell’acqua Lurisia e magari cartacce varie raccolte qua e là sui mobili per casa.

Ho inforcato le forbicione e via… taglio, cucio, rifinisco… e spedito sul manichino!

Vi risparmio di vedermelo indossato… meglio il manichino.

Fotografie e… dritto al blog a raccontarvi di lui e allo shop tra i pezzi unici. Perchè così resterà, resterà senza passare veloce, resterà per sempre nonna Rosina perchè i ricordi vanno lenti e restano per sempre.

Fatto con amore, è destinato ad una di voi e lo trovate qui

A presto,

Sara