La vita sta nell’essenziale.

Senza ombra di dubbio, l’importante è l’essenziale… quei minuscoli gesti quotidiani che fanno capire cos’è la vita. Un abbraccio, una carezza, un bacio inaspettato, un sorriso di coloro che ami profondamente sono ricchezze incommensurabili che rendono bellissima la vita. 

Beh, l’ovvio direte voi! Sì è concettualmente ovvietà, ma, per quanto mi riguarda, sono dovuta andare dall’altra parte dell’oceano per sentire la verità di questo titolo, così ovvio e, per sentirlo appieno, sono anche dovuta tornare a casa e vivere un altro paio di cosine.

L’alba a Nueva Esparta, Isla Margarita.
Foto di Ivan Ramos.

Ho abbracciato mio fratello fino in fondo, in quella parte di anima concessa a nessuno, ho sentito quanto l’umiltà sia sinonimo di eleganza, intelligenza e amore per se stessi e gli altri, ho sentito l’inutilità delle parole di fronte ad uno sguardo sincero, ho sentito quanto gli incontri siano prestabiliti e facciano parte di un progetto incomprensibile ma perfetto. 

Ho sentito quanto un cuore puro, bianco, pulito possa affrontare situazioni oggettivamente complicate regalando generosi sorrisi e quanto, quella che noi definiamo pazzia, follia, locura di certe persone, sia in realtà libertà di essere, fuori da schemi, regole o convenzioni.

Francesco, io ed Ivan e la locura dopo aver visto l’alba…

Ho sentito amore, immenso amore, nei movimenti di sapienti mani logorate dal tempo e dal lavoro, ed ho capito perché sono un tutt’uno con quello che faccio.

La Signora Carmen, 100 anni, crea borse con foglie di palma.

Ho sentito dentro il rumore del mare, il calore del sole e, nel buio totale, la bellezza di un cielo stellato che pare vicino a un palmo di mano. Ho sentito l’affetto e la stima in un libro regalato da chi del non possedere ne ha fatto il suo valore di vita. L’amicizia nell’ultima sigaretta rimasta condivisa con chi della vita ha capito che non serve correre.

Vi amo e vi ringrazio.

Poi, tornata a casa, ho sentito cos’è la nostalgia e ne ho riconosciuto la bellezza nell’amore, che ne è ingrediente principale.

La malinconia, e la sua maestria, per volerci tornare e rivivere tutto, vivere altro e riabbracciarvi ancora.

E provi a riprenderti la vita che avevi prima del viaggio ma… hip hip hip urrá! non c’è più niente che gli somigli. Finalmente. 

Ti poni con questo nuovo sentire e, puntuali, arrivano le legnate, ma non fa niente perché mai più sentirò male. Mai più niente potrà togliermi il mio sentire così meravigliosamente conquistato. 

Il tempo condiviso non c’entra niente: bisogna predisporsi a sentire, predisporsi a vivere impedendo alla mente di incasellare e sistemare ogni più piccola cosa all’interno della celletta giusta o del cassettino adatto.

Il cuore non ha cassetti, men che meno cellette: il sentire non lo sistemi. 

Voglio dirvi e dirmi solo un’ultima cosa: non c’è niente di più bello che sentir scorrere la vita nel sangue e captare, nell’insignificante scorrere del tempo, ogni più piccola emozione e bellezza. 

Tra qualche giorno vedrete la mia nuova collezione. Sarà il risultato di tutto questo: pochi pezzi, facili, essenziali, senza stagione e senza tempo. 

Orly, #1pandedios, mi modelo favorita 🙂

La vita sta nell’essenziale. 

Estas loco y yo te amo!

Non è solo il dove, ma anche il come.

Siamo a meno tre ed è finito il 2018, tre mesi ancora e poi tiriamo le somme: sinceramente non sono una che tira le somme, fissa scadenze e prende “la” decisione della vita ma è normale che, chi mi vuole bene, ha bisogno di sapere dove sono e sarò. Un dove in senso ampio del termine: dove nel senso di quale luogo, ma anche il dove che indica a che punto del mio cammino.

Già mi viene da ridere: gitana nell’anima, errante nel dna, curiosa come una scimmia, entusiasta delle novità, produttrice seriale di idee, sostenitrice maniacale del “tutto si trasforma” e, per finire, inquieta e ribelle, il dove racchiuso in una parola non mi riesce.

Un anno faticoso chè mi ha visto lavorare come mai avevo fatto: non solo fisicamente, ma, e soprattutto, mentalmente. Lunghi mesi centrata, concentrata su quello che voglio, sull’obiettivo finale che resta lo stesso da sempre, a dispetto dell’inquietudine innata.

Perché il problema, e forse qualcuno di voi mi capisce, non è il dove si è, ma il come arrivarci: mi domandano dove, ma la domanda giusta sarebbe “dove e come Sara?”

Eh sì, è il come che mi frega nella vita! C’è la strada più semplice, corta e veloce, lo so. Ma il problema è che ad un boeing preferisco la roulotte: ti fermi dove vuoi, mangi quando vuoi, dormi dove vuoi e, cosa più importante ed entusiasmante puoi perderti in quelle stradine sterrate che chissà dove ti portano e, senza perdere mai la meta, rendono il viaggio infinito ma colmo di incontri, scoperte, emozioni e soddisfazioni. Sì, la soddisfazione di arrivarci con i miei valori, le mie capacità, con quello che sono, con quello che il cuore mi dice e soprattutto con il rispetto per me stessa.

Fare quello che va di moda è molto più semplice e veloce che fare quello che ti dice la pancia.

Lavorare semilavorati e spacciarli per vero “handmadeinitaly” è molto meno faticoso che ricercare tessuti la cui mano genera emozioni. Copiare quello che fanno gli illustri della moda è puro commercio, velocizza la produzione e porta risultati sicuri. Soprattutto, e non è poca cosa, non ti mette in discussione né alla prova.

È l’andare sul sicuro e non rischiare ma è la fine catastrofica della creatività e dell’individualità.

È accettare il sistema, è farsi governare, è perdere umanità, è accettare che la crisi ci renda persone peggiori, è fermarsi alle apparenze e non confrontarsi mai con se stessi.

Sì, è una salita estenuante la mia, una rigidità retrò che mi ritrovo tutta sulla cervicale, ma è la risposta completa alla domanda completa che vorrei mi fosse fatta: “dove e come Sara?”. Dove e come voglio andare? Voglio andare dove ho detto sempre, per come sono e con quello in cui credo.

Troppo complicato? Allora vi faccio un esempio.

Potrei comprarle le etichette da attaccare ai vestiti, ma no, anche quelle faccio a mano su fettuccia di cotone con il timbro inzuppato d’ inchiostro per tessuti e poi le cucio a mano con il filato di cotone.

Il mio dove è il luogo di come batte il cuore se la pancia parla.

Secondo me, voi ed io meritiamo rispetto, creatività, unicità, serietà e tutto l’amore che ho.

Buona domenica a tutti

Sara

Il coraggio di meravigliar-si

Mi hanno insegnato che con sacrificio, passione e determinazione si raggiunge ciò che si vuole. Non è vero, non più almeno. Oggi non basta, occorre altro.

Serve una storia che faccia breccia nell’anima delle persone, un’emozione, un sentimento che coinvolga, o meglio, travolga.

Leggo, cerco, mi informo e mi confronto con chi, come me, ha provato, prova e spera che la propria passione diventi un lavoro. Lavoro che dia soddisfazioni intendo. 

Un lavoro dal quale ricevi almeno la metà di quello che dai in termini di tempo, soldi, capacità, esperienza, impegno, sacrifici, investimenti emotivi e rinunce.

Non basta: occorre il neuromarketing. 

Oioi… E… cos’è?

Gerald Zaltman [autore del libro “The Subconscious Mind of the Consumer (And how to reach it)”] lo definisce così: “È un ponte tra le Neuroscienze ed il Marketing. Gli esseri umani prendono le loro decisioni in modo emotivo e istintivo, giustificandole successivamente razionalmente. 

Il neuromarketing analizza i processi che avvengono nella mente del consumatore e che influiscono sulle decisioni di acquisto per comprendere quali motivazioni sono alla base di un minore o maggiore coinvolgimento emotivo nei confronti di un brand..”

E ci sono tecnologie per capirlo: “l’ElettroEncefaloGrafia (EEG) per misurare quali aree del cervello vengono attivate durante la visualizzazione di un determinato logo o prodotto; la Functional Magnetic Resonance Imaging (fMRI) per misurare l’ossigenazione del sangue nelle varie regioni del cervello correlata all’attività neuronale; e infine sistemi di rilevamento del puntamento dello sguardo come l’Eye Tracking per analizzare dove cade lo sguardo…”

A me tutto questo fa paura. Giuro. Però, da tutto questo, trovo anche risposte che, in qualche modo, mi confortano. 

Non sempre va da sé e non ho la presunzione di avere la verità in tasca, ma ne deduco una riflessione: i nuovi brand che legano le proprie campagne pubblicitarie a rivincite, reazioni, rinascite in seguito ad eventi catastrofici, dolorosi, e a rischio di vita, sono vincenti. Sono i casi in cui la moda “cura”, reintegra, restituisce dignità, bellezza, valore, integrità fisica e morale. Sono quelle filosofie, quei “mood” in cui una donna vi si riflette, si ritrova, si specchia: impersonifica la ritrovata gioia di vivere, la guerriera che vince sul male, la bellezza degli “anta”, la seconda possibilità.

Si enfatizza la  rivincità personale per tutte coloro che, da quel dato tunnel, ci sono passate, lo hanno arredato e poi ne sono uscite perché la vita continua, perché vale sempre la pena viverla o perché, in tutte noi, vive  quella paladina che vince sul male.

Non credo che occorra un elettroencefalografia ed il resto per capire che l’essere umano è spinto verso il suo simile, che lo stesso male unisce, dà confortoe genera una sorta di solidarietà inconscia o dichiarata, ma comunque ovvia, che ci fa scegliere un brand piuttosto che un altro. E così si grida “al genio” e si pone sul podio questo o quell’altro. 

Ferma restando la bravura dello stilista e la meraviglia del brand, che non metto in dubbio, il mio pensiero va a tutti quei brand, come il mio, che prendono forma e vengono alla luce timidamente smossi da amore e passione e… restano lì, in una sorta di limbo, perché non hanno fatto a nessuno l’elettroencefalografia o perché di spettacolarizzare il proprio dolore non ne hanno la voglia, lo spirito ed il coraggio. 

Sì, non ne ho la voglia, lo spirito ma soprattutto il coraggio.

Retaggi infantili ed adolescenziali? Può essere.

Per adesso mi accontento di lavorare sul coraggio con la speranza di trovarlo. 

Ogni giorno, più volte al giorno a dire il vero, la mia anima bussa, bussa sempre più forte. Apro la porta e trovo lì quella visione, ma richiudo, sbatto la porta e sospiro: “No, non posso!”. Eppure lo so che sarebbe d’aiuto a tante donne che come me combattono la loro battaglia quotidiana per riuscire ad accettare sta “cosa” inaccettabile.

L’aver trovato il coraggio di parlarne a tutti lo ritengo già un personale successo.

Trovare il coraggio di essere quella che sono, raccontare – senza paura dei miei giudizi che mi ricordano i valori che mi hanno trasmesso – e specchiarmi in quelle centinaia di donne e più che potrei riportare a nuova vita, con un abito ed una sfilata, è una strada davanti a me che per ora guardo ma non riesco ad imboccare.

Ma, stay tuned, e stacci anche te Sara, perché potrei meravigliarvi ma soprattutto meravigliarmi.

Intanto, per me, quello che ho presentato a Forte dei Marmi è una grande meraviglia! ❤

Guardalo qui 😊

1D30502B-3E6B-4EC9-A7CE-84AECBF9CDE7

Ma voi, vi siete mai chiesti: “Cosa ci sto a fare in questo mondo?”

Ci sono giorni in cui so esattamente cosa ci sto a fare in questo mondo.

Ci sono giorni in cui guardo quello che faccio e vedo cosa ci sto a fare in questo mondo.

Ci sono giorni in cui la delusione, la frustrazione, la fatica e la demoralizzazione scompare perchè capisco cosa ci sto a fare in questo mondo.

Ci sono giorni in cui sparisce ogni mio dubbio e capisco cosa ci sto a fare in questo mondo.

Ci sono giorni in cui l’insicurezza e la voglia di mollare tutto cede il posto al coraggio ed alla voglia di provarci ancora e capisco cosa ci sto a fare in questo mondo.

Ci sono giorni in cui mi dico “ci rimarrò schiacciata: dalla fatica, dalla rabbia,  dalle spese e dall’ingiustizia, ancora un pochino e poi smetto” ma la mattina dopo mi alzo con la voglia di andare a lavorare e capisco cosa ci sto a fare in questo mondo.

Ogni tanto, ci sono anche giorni come questo. Come oggi. In cui vedo. Vedo bene quello che faccio e, scusate la presunzione, vedo armonia, amore, eleganza, vita e persino capacità e capisco perfettamente quello che ci sto a fare in questo mondo. Ci sto a fare cose belle… ed ogni tanto mi riescono pure!

vai allo shop cliccando qui

 

Collezione 2018: butta via… tutto!

Si stava meglio quando si stava peggio.

A tavola non si parla più da quando c’é la televisione.

Questa casa non è un albergo!

Non c’é più rispetto per gli anziani.

Le donne non sanno guidare.

L’importante è essere belli dentro.

Chiusa una porta si apre un portone.

I soldi vanno ai soldi.

Non si è mai troppo vecchi.

É il pensiero quello che conta.

Ha le capacità ma non si applica.

I veri artigiani non esistono più.

I giovani sono tutti drogati.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Chi si somiglia si piglia.

Gli opposti si attraggono.

Mah! Stendo un velo pietoso su questi ultimi due: sono uno l’opposto dell’altro, decidetevi!

Non ci sono più le mezze stagioni.

Odio fare il cambio dell’armadio.

Sono le frasi fatte, insopportabili. Quelle frasi che chiudono il discorso e la conversazione nella banalità più totale, così, tanto per lamentarsi o per restare a galla. Spesso sono giudicanti ed ancor peggio illogiche: il fatto che non ci sono più le mezze stagioni dovrebbe rallegrarci visto che odiamo fare il cambio dell’armadio: restano soltanto due stagioni – inverno ed estate – invece che quattro.

Non ci sono più le donne di una volta. E menomale! Mi viene da dire! E poi, di quale volta? Quelle prima della minigonna di Mary Quant? Quelle che al marito davano del voi? Oppure quelle che hanno dato un contributo enorme alla politica, alla ricerca, alla cultura? Quali sono le donne di una volta?

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. No, questa non voglio nemmmeno commentarla! Chiunque abbia sofferto sa perfettamente che non è così!

Insomma, questo generalizzare, banalizzare e chiudere ogni possibilità di colloquio con una frase fatta, non ci migliora né ci soddisfa: non ditele più per favore. Anche perché, alcune di quelle frasi, non sono vere affatto e, le altre, meritano la dimostrazione che, dove l’affermazione fosse un problema, esso è facilmente risolvibile.

Odio fare il cambio dell’armadio ve l’ho risolto io. In vecchiaia “paio” anche presuntuosa!

Non dovete farlo più: esistono collezioni e brand che non lo prevedono più. Non prevedono primavera-estate 2018 o autunno-inverno 2018/2019, ma solo 2018, 2019, 2020, ecc., ecc.

Chi sono questi brand? Beh, questo non lo so, ma il mio lo è.

Nella moda non c’è più niente da inventare. Un’altra frase che mi viene in mente proprio ora. Bah! Non direi! La collezione senza stagione 2018 della sottoscritta, Sara Rabá, prevede un armadio unico dove trovano spazio capi in jersey di cotone da indossare quando fa caldo e capi e accessori in lana cotta che si indossano sopra al jersey pian piano che arriva il freddo.

Quindi la tuta in jersey utilizzata ad agosto verrà abbinata ai manicotti, al gilet, al coprispalle fino ad arrivare al cappotto, insieme al cappuccio/collo e le muffole, per le giornate di freddo intenso nel mese di gennaio e… viceversa. Si parte a gennaio, tutti imbacuccati e piano piano ci si alleggerisce e… viceversa.

        

Vi piace??? Spero di essermi spiegata bene. Beh, io il mio l’ho fatto! Non me lo dite più “odio fare il cambio dell’armadio” e neanche che “non ci sono più le mezze stagioni” perché in realtà non ci sono più neanche quelle intere, volendo. Un’unica stagione lunga, lunghissima, fatta di colore e artigianalità.

La trovate qui.

A presto

Sara

 

N.B.: e poi, per caso, leggi questa:

Avete 1 miliardo di neuroni, 140.000 parole, migliaia di ore di studio, 5 sensi e l’unica combinazione che vi esce è “In questo paese di legale c’è solo l’ora…”
(Fabrizio Caramagna)

Adoro la sincronicità!!!

Questa volta vinco io.

Ci siamo conosciute tanti anni fa, tramite amici comuni, ero piccola.
Poi ci siamo incontrate di nuovo in quegli anni semplici in cui a “babbo posso andare?” “No” non c’era il coraggio di replicare e se trovavi il coraggio con un “perché? “, sospeso ad un filo di voce, sapevi con sicurezza che la successiva risposta era “perché no”. Erano certezze.

Sapevo esattamente cosa potevo e non potevo. Sapevo anche cosa volevo e non volevo. Credevo nell’amicizia, nella solidarietà, nei sogni e nella possibilità di realizzarli. Ed è per questo che ti ho scelta.

Mi offrivi la possibilità di studiare e realizzare i miei sogni. Sono venuta a vivere da te, 4 lunghi anni. Eri fredda, grigia, formale e con la capacità di trasformare le persone in gente.
Mi hai reso la vita difficile, complicata, impersonale. Mi hai insegnato la fretta, lo stress, l’ansia, l’apparire. Spesso ero come una formica impazzita dentro un formicaio appena calpestato. Mi hai preso in giro migliaia di volte: il mio accento nel parlare, il mio modo di vestire, i miei sogni così strampalati che non prevedevano numeri o coefficienti e nemmeno milioni di lire. Ti ho lasciato, me ne sono andata dalle tue convinzioni che non lasciavano spazio ad altre idee. Non voglio dire che sei così oggettivamente, ma per me lo sei stata, non siamo mai andate d’accordo.
Poi sono tornata a trovarti perché da te c’è tutto il necessario, l’indispensabile per fare un buon lavoro e tante occasioni. Ma non è andata meglio della prima volta ed ho detto basta, non riuscivo proprio a sopportarti.

Sono passati tanti anni, ti ho dimenticata, ho avuto persino compassione di te: quante cose non conosci e non vedrai mai! Il sole limpido dopo le mareggiate, il tepore delle giornate primaverili in campagna, le case in pietra, il mare ed i suoi colori, il profumo dell’erba bagnata, il bosco, la resina dei pini… quante meraviglie non vedrai mai!

Poco tempo fa, ti ho incontrato di nuovo. Mi hai strappato l’anima, ti sei presa tutta la mia vita. Mi hai donato macerie, distruzione e dolore. Odiarti? E perché mai! Non meriti tanta considerazione. Solo un’immensa gigantesca rabbia per esserti presa tutto ciò che avevo, così, in un attimo… E sei rimasta lì, serafica, a guardare come dire “non è colpa mia!” Avevo promesso che per me non esistevi più, che mai più sarei tornata a farti sentire il mio respiro, che mai e poi mai avrei più avuto a che fare con te, però con te devo averci a che fare perchè sei, aimè, il centro del mio mondo: la moda. Diciamo allora che vengo a presentarti il conto e a prendermi la mia rivincita. Silenziosa , parziale ma quella che mi serve per spiccare il volo. E tu rimarrai a guardare immobile come del resto hai già fatto. Questa volta l’amaro in bocca non l’avra nessuno: io saró felice del successo che avrà la mia collezione, tu avrai avuto il merito di permettermelo.
Non sono per i “mai” e per i “sempre” e non sono nemmeno quella che abbassa la testa quando qualcuno alza la voce. Non sono remissiva o timorosa nei confronti di chi mi ha fatto male, ma sono forte e coraggiosa. Aspettami, bella mia, sto arrivando! Vengo a prendermi ciò che mi spetta e che merito e, come sempre, ti porto colori:

i tuoi classici colori, i colori di quel mare che non vedrai mai ed i colori dell’amore immenso che mai potrai rubarmi.
Vengo in pace MILANO, stai al tuo posto, perché io prenderò il mio.

Dal 26 al 29 gennaio vi aspetto al Pad. 3P stand A19 di #homimilano a Fiera Milano per presentarvi la mia collezione “ribelle e trasformista” senza tempo ne stagioni.

A presto
Sara

Lasciami…

…lasciami immergere l’anima nei colori; lasciami ingoiare il tramonto e bere l’arcobaleno. (Khalil Gibran)

 

 

Cosa bolle in pentola?

Vorrei raccontarvi tante cose… tante, tantissime.

Bolle la pentola di mille emozioni che, come al mio solito, esplodono in tachicardia, extrasistole e irrequietezza… ma uno non può mica correre per strada con le mani e lo sguardo al cielo e urlare, ridere e piangere contemporaneamente per farle esplodere come vorrebbe eh?! Ed allora stanno lì, in quella foto. Sì, in quella foto c’è una vita intera, la mia, e, tra qualche giorno, vi dirò dove la porterò.

É proprio come dice lui e chiedo perdono se mi permetto di aggiungere una piccola gigantesca parolina all’inizio della frase: vita lasciami…lasciami immergere l’anima nei colori; lasciami ingoiare il tramonto e bere l’arcobaleno.

A presto

Sara

 

 

 

Il mio regalo di Natale per voi…

 

Avessi una bacchetta magica, le ordinerei di esaudire i desideri di tutti per vedere l’intera umanità più felice e serena.

Avessi le ruote, sarei un carretto… già!

Quello che posso senz’altro fare è un piccolo regalino a tutti voi:

sullo shop troverete un po’ di cose in sconto ed avrete un ulteriore 10% di sconto per il vostro primo acquisto…

Spero che il vostro Natale sarà sereno e pieno di buona energia… come lo sono i miei abiti!

Un abbraccio

Sara